Una Teoria Evoluzionistica sull’ADHD

Una Teoria Evoluzionistica sull’ADHD

Quando ad una persona viene diagnosticato il Deficit dell’Attenzione e dell’Iperattività (ADHD) generalmente viene detto che con molta probabilità un familiare, come un genitore, è anch’esso ADHD o che comunque può presentare manifestazioni neuro-atipiche.

Da qui nasce il dubbio su come mai l’ADHD è così presente (almeno il 5% nei bambini e almeno il 2,5% negli adulti in Italia). Ci sono almeno due ipotesi, una è legata all’idea che un ambiente ostile dalla nascita ma anche durante la gestazione (come la presenza di un disturbo depressivo nella madre, l’utilizzo eccessivo di sigarette, droghe o alcol oppure l’esposizione della gestante a materiale tossico) possa portare alla formazione di un funzionamento neuro-atipico come l’ADHD e che quindi se il genitore è cresciuto un ambiente ostile, con alte probabilità crescerà il proprio figlio in un ambiente ostile simile al proprio; un altro aspetto è legato ad una familiarità, quindi alla presenza congenita di questo funzionamento fino a sfociare su ipotesi più di tipo genetico.

Se consideriamo la seconda ipotesi, possiamo più facilmente ipotizzare che questo tipo di funzionamento potesse avere un certo grado di utilità per la sopravvivenza. Questo concetto nasce dal fatto che in realtà il funzionamento ADHD non è un deficit ma presenta una difficoltà regolatoria del sistema dopaminergico, e sembrerebbe che molte delle manifestazioni possano presentare un vantaggio evoluzionistico.

Facciamo un passo indietro. Ad oggi le manifestazioni che vengono prese in considerazione per effettuare una diagnosi di ADHD sono impulsività, iperattività e disattenzione.

Impulsività: tendenzialmente nella società la persona che non ha un comportamento per lo più prevedibile o che si muova secondo quello che nella società considereremo di “buon senso” viene visto come deviante; faccio in questo caso riferimento a comportamenti fuori contesto nella società, come esplosioni emotive, interrompere le conversazioni, agire o prendere decisioni senza prima riflettere sulle conseguenze. Questo tipo di imprevedibilità può essere categorizzato come quell’aspetto impulsivo dell’ADHD. Ma la domanda interessante è se effettivamente questi comportamenti “imprevedibili” non siano altro che comportamenti che non abbiamo imparato a leggere. Comportamenti impulsivi potrebbero essere adattivi in un contesto in cui la persona si trova in pericolo, o, ad esempio, a caccia. In linea teorica, una persona che presenta una certa impulsività dovrebbe avere maggiori percentuali di sopravvivenza avanti ad un pericolo imminente.

Iperattività: il così detto “novelty seeking” ovvero la ricerca della novità. Questo tipo di comportamento potrebbe essere particolarmente utile nel procacciare nuovo cibo, nel scoprire nuovi oggetti o nel maneggiare nuove attrezzature.

Disattenzione: La disattenzione non è altro che prestare attenzione a qualcosa che non è quello a cui “dovremmo” fare attenzione. In questo caso la disattenzione nell’ADHD spesso è un prestare attenzione al mondo circostante intorno e quindi al far caso a tutti i rumori, oggetti, movimenti nell’ambiente che potrebbero essere fondamentali in posti dove ci potrebbero essere pericoli di diverso genere oppure potrebbe essere utile nel fare nuovi collegamenti e utilizzare e sfruttare quegli oggetti in modo diverso da come normalmente vengono usati.

Immaginiamo una società diversa da quella attuale, una società più antica dove le regole della società non sono così ben caratterizzate e stringenti, ma con confini molto più labili dove anche la scolarizzazione non era obbligatoria e così scrupolosa nei metodi; una società dove gli orari lavorativi non sono ovunque così rigidi e dove la competizione per un certo tipo di lavoro era minore. In una società del genere le persone con un funzionamento atipico, e nello specifico ADHD, immagino che avrebbero avuto un maggior margine di adattamento o maggiore possibilità di decidere le regole del proprio lavoro.

C’è un altro aspetto di cui non ho riferimenti bibliografici specifici, ma è un ragionamento che potrebbe essere in linea con la teoria evoluzionistica: quello che si nota spesso è che le persone con funzionamento atipico ADHD presentano una morale e un’etica poco flessibile. Questo aspetto può essere spiegato dal fatto che per questo tipo di funzionamento è fondamentale che le persone seguano delle regole che loro comprendano per potersi muovere nel mondo, quindi ad esempio anche seguire delle istruzioni per montare un mobile; se le istruzioni sono chiare e logiche, non ci sono problemi ma se le istruzioni non sono chiare, li nascono i problemi. Questo sembra essere vero non solo nelle cose pratiche, ma anche negli aspetti sociali.

Infatti, dal punto di vista bibliografico sappiamo che nell’ADHD c’è una difficoltà nella cognizione sociale, e nello specifico nella comprensione delle regole non dette, nella comprensione della comunicazione non verbale o nelle regole sociali non scritte. Questo probabilmente perchè non essendoci una regola chiara e definita, ma essendoci invece dei confini poco chiari, la persona con funzionamento ADHD non sa come orientarsi.

La soluzione a questo problema sarebbe quello di crearsi delle regole etiche e morali meno flessibili che aiutano a muoversi nel mondo; da qui quello che si nota è un’etica molto forte che potrebbe spiegare anche la difficoltà che questo funzionamento presenta con l’autorità o con le regole altrui. Questa caratteristica potrebbe essere molto utile in lavori o mansioni dove è necessario essere molto pratici e poco nebbiosi nella comunicazione.

Quindi in conclusione, secondo la visione evoluzionistica le manifestazioni ADHD non sembrano essere del tutto comportamenti disadattivi, anzi, dipende dal contesto in cui la persona è inserita. Molte di queste manifestazioni possono essere utili in tutti quei lavori che, ad esempio, riguardano la difesa, il procacciare cibo o ampliare il territorio, o ancora risolvere problemi e inventare nuove strategie.

Al momento sembrerebbe che questa visione sia ancora una possibile ipotesi, non riuscendola nè a falsificare nè a verificare. Ci sarebbe comunque da considerare l’ipotesi ambientale, che non necessariamente va in contrasto con quella esposta oggi. Ad ogni modo, c’è ancora molta strada da fare per comprendere il concetto di neuro-atipicità.

Bibliografia:

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  • Brody, J. F. (2001). Evolutionary recasting: ADHD, mania and its variants. Journal of affective disorders65(2), 197-215.
  • Arildskov, T. W., Virring, A., Thomsen, P. H., & Østergaard, S. D. (2022). Testing the evolutionary advantage theory of attention-deficit/hyperactivity disorder traits. European Child & Adolescent Psychiatry31(2), 337-348.
  • Le Cunff, A. L. (2024). Distractibility and impulsivity in ADHD as an evolutionary mismatch of high trait curiosity. Evolutionary Psychological Science10(3), 282-297.

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